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Considerazioni quasi eretiche in tema di corruzione

snippet corruzione

È raro leggere contributi sul tema della corruzione che affrontino il problema nel suo complesso e che non si soffermino unicamente sulle singole vicende (Expo 2015, Mose, ecc.), seguendo un approccio molto condizionato dalle esigenze dei media, sempre in cerca di “notizie”, invece che di “argomenti”.

Questo modo semplicistico di esaminare la questione, secondo me,è fuorviante e comporta un duplice errore.

Innanzi tutto, sbagliamo la prospettiva con cui inquadriamo il problema.

Analizzare i singoli episodi–seppur frequenti – ci porta a trattare il tema della corruzione come una sequenza di casi specifici e, quindi, a porre l’attenzione sulla moralità/immoralità dei protagonisti di quelle particolari vicende, ricevendo così l’impressione che vi siano degli individui che sbagliano, ma che il sistema, nel suo insieme, sia sano.

Purtroppo, il quadro generale è ben diverso.

Trasparency International (organizzazione internazionale non governativa che si occupa di corruzione a livello planetario) pubblica annualmente la graduatoria degli Stati in base all’indice di corruzione percepita e, regolarmente, l’Italia si ritrova in posizioni infime (l’anno scorso era 69a su 177, dopo nazioni come il Cile 22°, il Botswana 30°e il Ruanda 49°). [1]

Anche la Relazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo sulla lotta alla corruzione –presentata lo scorso 3 febbraio – colloca anch’essa il nostro Paese in posizione umiliante, sostanzialmente in coda rispetto agli altri paesi dell’UE. [2]

Insomma, c’è poco da illudersi: in Italia il fenomeno della corruzione non èper niente episodico, così come la nostra prospettiva ci potrebbe far sembrare, bensì endemico e connaturato alla struttura stessa del nostro ordinamento.

Il secondo errore èlegato al porre in primo piano la cosiddetta questione morale.

Personalmente, trovo riduttivo che il problema della corruzione sia visto (e condannato) solo come un mero fenomeno di malcostume e che, quindi, la “questione morale”si manifesti soltanto in termini di critica all’attuale (o alla passata) classe dirigente e di richiesta del suo rinnovamento, in un’ottica di modernizzazione della società italiana.

Seppur importante, questo è, a mio parere, solo l’aspetto “superficiale”della questione.

Il vero problema della corruzione non si esaurisce nel contrastare l’atto specifico e la disonestà di chi lo pratica. Occorre andare più in profondità, consapevoli del fatto che questa vera e propria piaga compromette in maniera sostanziale l’esistenza stessa dei presupposti di sviluppo del Paese: quelle condizioni di libera e sicura contrattazione che occorre assolutamente garantite, se si vuole davvero bloccare la spirale di declino che avviluppa l’Italia.

Non èun caso che, nel vocabolario, il primo significato di corruzione sia “disfacimento” e “decadenza”.

La maggior parte degli strumenti adottati o proposti dallo Stato nell’ultimo periodo (pene più dure, controlli più penetranti, allungamento dei termini di prescrizione, esclusione da amnistie e indulti, riduzione dell’area di privacy economica, ecc.) si limita a cercare di combattere le manifestazioni di corruzione, non le sue cause.

Si tratta, infatti, d’interventi che – aumentando il rischio connesso a tali comportamenti – riducono semplicemente la convenienza a delinquere e, in tal modo, provano a disincentivare la pratica della corruzione.

Tuttavia queste azioni hanno il difetto di (a) non rimuovere le cause della corruzione, ma solo di rendere solo poco agevole o conveniente il comportamento; (b) non poter essere applicate ai piccoli eventi di corruzione quotidiana o alle furberie quotidiane, che sono l’origine prima della morale corrotta; (c)  Comportare azioni e processi complessi e costosi, che hanno spesso risultati inferiori alle attese e – a volte – anche ai costi sociali delle misure di contrasto (perdita di fluidità sociale, ostacoli alle imprese, aumento della burocrazia, ecc.); (d) Trascurare il problema del ripristino del danno causato, reprimendo solo il comportamento vietato e non i fenomeni di isolamento sociale del denunciante o i pregiudizi da questo subiti.

 Anche chi cerca di spostare l’attenzione sulle cause del fenomeno non sfugge a questa impostazione “moraleggiate”, infatti spesso suggerisce – giustamente – di combattere la corruzione intervenendo sulla sfera etica delle persone, col duplice intento di:

  • Alzare lo standard di eticità dei cittadini e degli amministratori pubblici;
  • Combattere la convinzione che la corruzione sia un male necessario, fornendo così un alibi a chi vi ricorre per raggiungere i propri scopi (anche quelli legittimi, o considerati tali).

Sono considerazioni che condivido, ma che, a mio avviso, non esauriscono il problema, in quanto evidenziano l’esigenza di combattere le cause della corruzione, ma in realtà non le individuano, limitandosi a considerarla conseguenza di un atteggiamento morale dei singoli, e tanto meno le eliminano.

 Tacito scriveva:Corruptissima re publica plurimae leges (Annales, Libro III, 27), vale a dire: “moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto“.

Questa locuzione significa che quando c’è molta corruzione, molte sono le leggi, perché molti sono i reati. Molti sono, quindi, i cittadini che delinquono, ma scarsa èla capacitàdello Stato di far rispettare la legalità.

Questo èvero, ma èaltrettanto vero che questa espressione mette in luce un’altra possibile causa della corruzione, che ai tempi di Tacito era solo in parte evidente (nel proliferare della burocrazia), mentreèmolto chiara negli stati moderni:

  • Più c’è Stato e più sono le occasioni e i motivi di corrompere, di farsi corrompere o di commettere concussione;
  • Piùvi sono quadri normativi o amministrativi complessi, piùc’èmargine d’azione per i corrotti e i corruttori;
  • Maggiore èla discrezionalitàe piùgrande èlo spazio per quelle valutazioni opinabili del funzionario che costituiscono l’humus dei fenomeni di corruzione e di concussione.

In sostanza, penso che all’origine della corruzione non vi sia solo l’etica malata delle persone e/o lo spazio per le loro valutazioni di convenienza, ma anche alcuni fattori oggettivi che svolgono un ruolo predisponente:

  1. Troppo intervento pubblico;
  2. Troppe leggi e troppi procedimenti complessi o incerti;
  3. Troppi casi in cui i livelli di discrezionalitàsono elevati.

Di questi fattori, il terzo, la discrezionalità è solo in parte conseguenza di specifiche scelte istituzionali, essendo soprattutto da porsi in correlazione con gli altri due fattori causali (Leggi e Stato). La discrezionalità, infatti, esiste laddove c’è stato, ci sono norme e c’è burocrazia.

Ne consegue che le vere cause del fenomeno della corruzione non siano da ricercare soltanto nel malcostume di alcuni cittadini o funzionari pubblici, bensì nell’eccessiva incertezza delle Leggi e dei procedimenti e nell’estensione sempre maggiore del controllo e dell’intervento pubblico in ampi settori dell’economia.

Leggi e Stato non sono solo dei moltiplicatori del fenomeno corruttivo, che aumentano il numero dei casi in cui esso si manifesta, ma ne sono dei veri e propri potenziali generatori, perché estendono il livello d’interesse e le aree dove questo si può manifestare.

Secondo me, negare o non riconoscere questa semplice constatazione è, da un lato, un’operazione priva di logica (dato che è un’evidenza statistica quella che lega all’aumento delle occasioni di reato alla moltiplicazione degli illeciti) e, dall’altro, il frutto di un’opzione di carattere ideologico, che ignora il dato reale del fenomeno. Misconoscere l’effetto causale dell’ipertrofia dello Stato, in ultima analisi, costituisce una delle ragioni principali del ritardo nella lotta alla corruzione.

E’ interessante osservare che il Comitato di Studio sulla Prevenzione della Corruzione nel suo Rapporto al Presidente della Camera dei deputati del 23 ottobre 1996, enumerava 12 condizioni che avrebbero favorito la corruzione. Di queste, 5 erano direttamente riferibili alle cause ultime che abbiamo indicato (eccesso di Stato e di norme) e altre 4 erano, correlabili alle tematiche che abbiamo evidenziato, implicando opzioni d’efficienza che sono pregiudicate proprio in presenza di una Rules of law non efficace e chiara.

Concludendo, spesso sentiamo dire che la corruzione esiste perché le leggi in materia non sono abbastanza “dure” o perché non ci sono sufficienti controlli pubblici, mentre è rarissimo sentire qualcuno che dica che la corruzione esiste anche perché le leggi sono troppe, complesse e difficilmente applicabili e, soprattutto, perché c’è troppo intervento della pubblica amministrazione nella vita dei cittadini.

Accettare questo cambiamento di prospettiva vorrebbe dire affrontare il problema alla sua radice ed eliminare le opportunità di corruzione.

Se ci fossero poche leggi, chiare e applicabili per tutti, e – soprattutto – se ci fosse minore presenza dello Stato nei vari settori dell’economia e della vita sociale, non ci sarebbe bisogno di chiedere favori o corrompere.

Cadrebbe, così, la foglia di fico che sinora ha coperto il male etico che ci affligge.

[1] Analisi del 2013 http://cpi.transparency.org/cpi2013/results/

Corruzione percepita 2013: http://cpi.transparency.org/cpi2013/infographic/

Analisi del 2011: http://www.transparency.org/cpi2011/results

[2] http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/e-library/documents/policies/organized-crime-and-human-trafficking/corruption/docs/acr_2014_it.pdf

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