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Paolo Marson ospita: Alberto Forchielli

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Durante l’ultima campagna elettorale è scoppiato lo scandalo di Expo 2015, subito dopo quello del Mose e, poi, ancora lo scandalo, vecchio a dire il vero, nei rimborsi in Regione Liguria e, quindi, quello di Finmeccanica, Guarguaglini e via così. Insomma il tema tangenti, in Italia, sembra fonte inesauribile di spunti per la cronaca e ci fa pensare che dal ’92 ad oggi non sia cambiato molto, che tangentopoli non sia mai realmente finita.
Prima di commentare quei fatti, ho chiesto il parere di chi ci vede “da fuori”, un osservatore attento delle cose nazionali, ma che vive e lavora nel mondo. Quale figura rispondeva meglio se non Alberto Forchielli, un uomo che vive tra Boston, Monaco di Baviera e Hong Kong, ma con una personalità forte che non ha mai rinunciato a dire la sua opinione e a fare pelo e contropelo a chiunque.
Ho chiesto, quindi, un pezzo sulla corruzione in Italia, ma anche e soprattutto un’opinione di come questa potesse incidere su mancati investimenti esteri e fosse affrontata nei paesi che lui frequenta per lavoro. Insomma volevo un’opinione e una diretta testimonianza. Alberto è stato così gentile da darmi immediata disponibilità e anzi mi preannunciava che un pezzo sullo stesso argomento sarebbe apparso a breve su Oblòg il Blog di Michele Mengoli (www.mengoli.it). Ne è nato questo articolo, questa condivisione e mi auguro una collaborazione.
Prima di lasciarvi all’intervista per intero voglio ringraziare di cuore sia Alberto Forchielli della disponibilità e Michele Mengoli per la cortesia e la collaborazione, anzi noi qui mettiamo l’intervista per comodità, ma se non conoscete Oblòg andate a farci un giro, troverete molte cose interessanti oltre che numerosi articoli di Alberto.
Buona lettura
Paolo Marson


L’ultimo è stato Giuseppe Brienza, presidente dell’Autorità per gli appalti pubblici, agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. Oggi è un altro giorno e qualcun altro si aggiungerà alla lista. Davvero non se ne parla mai abbastanza. E davvero, nell’abitudine, ormai quotidiana, di veder finire in galera una figura altamente istituzionale – politica, statale, mega-manageriale che sia – corriamo il rischio di acquisire come norma, di dare per scontato, la consuetudine come regola, impossibile da infrangere, di un Paese corrotto e corruttibile fino al DNA di tutto e tutti.

Così quello odierno è un “appunto volante di vita terrena” molto serio perché l’argomento – il cancro corruttivo che sta portando l’Italia al tracollo – non ammette né risate né sorrisi. E parlarne con Alberto Forchielli diventa ovvio per un semplice motivo. È un uomo che ha a che fare con il potere mondiale dagli anni Ottanta. È italiano fino al midollo. E come eccezione che conferma la regola l’unica volta che è comparso davanti a un giudice è stato per assicurare alla giustizia dodici mafiosi attraverso la sua testimonianza.

Alberto, tra l’odiosa immunità della casta e la continua onda lunga di uomini delle istituzioni che finiscono in galera, perché l’Italia è caduta così in basso?

“Perché non si vergognano più. Perché non ci indigniamo abbastanza di fronte a una classe politica che si unisce per proteggere un conclamato camorrista. Perché pensano di salvarsi il culo tutti insieme con l’immunità. L’omertà della casta è scandalosa. Non voglio assomigliare a loro. Quando sono in giro per il mondo non voglio che mi associno a questo tipo di italiani. Girando la testa sugli ultimi quarant’anni di storia italiana fai prima a dire chi non è finito in galera tra le figure altamente istituzionali. Allora sai cosa ti dico. Che l’istituzionalità in Italia è diventata la copertura per adempiere al malaffare. A tutti i livelli. Dal Vaticano allo Stato. Dal pubblico al privato. C’è sempre quello che ricopre un ruolo istituzionale per restituire il favore a chi lo ha fatto sedere su quella poltrona. Ed è per questo che quando mi dicono che io come persona e come professionista non sono istituzionale lo prendo come un complimento, perché non voglio essere istituzionale.”

Sono scattate le manette anche per Pier Francesco Guarguaglini. Motivo: mazzette. Sono rimasto molto colpito dal suo arresto. È uno dei più eccellenti di sempre. È un uomo e un manager che ha fatto la storia dell’industria italiana contemporanea in un settore strategico come quello della Difesa. Cosa dici al riguardo?

“Guargaglini è stato un manager formidabile, molto competente e probabilmente nessuno meglio di lui conosceva il sistema industriale mondiale. E nessuno più di lui sapeva come muoversi dentro il mondo della macchina pubblica. È stato nominato dallo Stato e vendeva allo Stato. In un settore, come quello della Difesa, che è storicamente corrotto. Difatti la cronaca internazionale ci insegna che – a eccezione dei Paesi Nato – vige ovunque il metodo di pagare la ‘stecca’. E si dice che Guarguaglini nell’ambiente venisse chiamato ‘Mister 2%’. La giustizia verificherà se è vero e se quella percentuale finiva nelle sue tasche o in quelle di chi lo ha messo in quel ruolo.”

Perché è questo il vero problema in Italia. Giusto?

 “Certo. In Italia non esiste la meritocrazia. Ti mettono in un posto, ti danno una carica istituzionale, non perché sei il più bravo per quell’incarico, ma perché sanno che sei la persona giusta per restituire il favore. È così nella politica. È così nella PA. È così anche nel privato quando poi ha a che fare con il pubblico. Dall’esterno sembri un uomo potentissimo. In realtà, invece, sei schiavo del potere. A me questa gente fa anche pena. Per la smodata ambizione sono mezzi pirla e mezzi martiri e finiscono per fare una vita infame. Con la politica che un po’ li comanda e un po’ si fa comprare, nel senso che il Ministro che ti nomina ti dà gli ordini e gli altri, attraverso il tuo ruolo istituzionale, li compri.”

Ad aggravare il quadro c’è poi la politica, intesa come scelta strategica per il bene del Paese, che non fa nulla da decenni oppure peggiora la situazione…

“Parliamoci chiaro. Il problema è sempre legato all’interesse privato che viene prima di quello pubblico. Berlusconi non ha potuto fare lo statista, non ha neppure potuto provarci, perché doveva salvare se stesso dalla galera. È sceso in politica perché i suoi referenti, Craxi su tutti, sono stati arrestati. E se i comunisti di Occhetto avessero vinto lo avrebbero fatto a pezzi. Così invece ha guadagnato altri vent’anni di vita, anche se adesso intorno ha solo Verdini e la Santanchè. Va detto che Berlusconi è quasi sempre stato sulla soglia dell’Ucciardone e non ci è mai entrato però è anche sempre stato schiavo degli altri partiti della sua coalizione, con Fini e Casini su tutti, che per garantirgli la libertà gli chiedevano qualcosa in cambio. Soprattutto è stato schiavo della politica populista che ha portato avanti perché per non finire in galera doveva per forza vincere le elezioni. Tra l’altro, ed è un paradosso assoluto, avrà ricevuto sulla sua scrivania eccellenti consulenze che non ha potuto applicare per questo semplice motivo.”

E Dell’Utri, che per i giudici della Cassazione è stato garante decisivo di un patto tra Berlusconi e Cosa Nostra?

“Dell’Utri è una figura inquietante.”

E Renzi?

“Renzi, purtroppo, adotta lo stesso populismo di Berlusconi perché in Italia è in questo modo che si vincono le elezioni.”

Insomma, il potere in Italia ha sempre un’altra faccia?

“Ti rispondo che in Italia ci sono almeno cinquanta persone che possono telefonare a Renzi alle due di notte. E lui deve rispondere per forza. Il potere in Italia funziona così.”

È per questo che non vivi in Italia?

“Sì, perché preferisco la libertà al potere.”

Ecco. Non dobbiamo dimenticarci di immaginare come sarebbe questo Paese con un potere… libero.

La corruzione nazionale tiene lontani gli investitori stranieri?

“Più che la corruzione, tiene lontano il sistema non competitivo. Oggi chi fa business persegue come minimo un respiro commerciale europeo e avere la sede in Italia non aiuta. Nel senso della burocrazia folle, della rigidità del mondo del lavoro, della gestione delle risorse umane che non tiene conto della meritocrazia. Invece va detto, per sfatare un luogo comune, che la manodopera italiana qualificata è a buon prezzo. E, soprattutto, l’Italia manca di un ecosistema innovativo. A partire dall’università e arrivando ai finanziatori, da noi è del tutto assente una filiera adeguata per l’hi-tech.”

Come viene percepita la corruzione nei Paesi dove lavora?

“In USA non esiste, perché dalla maggioranza della cittadinanza è considerata blasfema e chi sgarra, quando lo beccano, ed è molto probabile che ciò accada, si fa 30 anni di galera. In Cina il privilegio viene considerato il veleno della società civile. Quindi la corruzione viene vissuta bene da chi la usa per fare fortuna. E tutti gli altri la odiano. In Germania, in teoria, la pensano come negli USA, ma nella pratica sono più simili a noi italiani. Hong Kong, sotto l’influenza anglosassone, è stata un gioiellino di correttezza e oggi, lentamente, si stanno cinesizzando, perché il ricco la usa e il povero la vive come una disuguaglianza perché tutti credono poco nel merito.”

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