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Responsabilità e rinnovamento per costruire le nostre libertà

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Dopo il deludente risultato elettorale, l’Assemblea Nazionale di Fare per Fermare il Declino mi ha chiamato a far parte del ristretto Comitato di Gestione Transitoria che dovrà promuovere la definizione del nuovo ruolo del partito.

Come è evidente, si tratta di un compito piuttosto impegnativo: dovremo raccogliere le istanze e i suggerimenti che riusciremo a far emergere all’ interno di Fare, per poi riunirli ed elaborarli in una proposta organica da sottoporre al prossimo Congresso Nazionale, fissato per la fine dell’anno.

 Rispetto a quando iniziammo l’avventura di Fare, lo scenario politico italiano ha subito una vera e propria rivoluzione: in questi due anni, infatti, abbiamo assistito alla prepotente affermazione dello (pseudo) riformismo social-democratico di Matteo Renzi e all’aggressiva ascesa del Movimento 5 Stelle mentre, dall’altra parte, si è progressivamente sgretolato il blocco di consenso che faceva capo a Silvio Berlusconi.

In questo panorama, secondo me, l’esperienza di Fare – per come l’abbiamo vissuta – deve considerarsi chiusa: bisogna che evolva in qualcosa di nuovo. Nella mia visione, essa potrebbe diventare il germoglio di una formazione politica di centro destra che riesca finalmente a rappresentare gli interessi e le aspirazioni del ceto medio, senza le derive populiste della Lega o quelle vagamente elitarie di Passera, senza il ritorno alla destra tradizionale della Meloni e senza l’ambigua “flessibilità” di Alfano.

 Pur senza rinunciare alla qualità delle proposte “tecniche” che Fare aveva espresso nei 10 punti programmatici, non possiamo più limitarci alla semplice enunciazione di buone “ricette calate dall’alto” che – seppur buone – non riescono ad avere presa nel tessuto della società reale (come dimostrano i risultati elettorali).

Ritengo che sia giunto il momento di elaborare una solida base ideologica che – in forte discontinuità con la vecchia politica di Alfano & Co. – riunisca in modo trasversale e interclassista gli ampi strati di popolazione che si riconoscono nel centro destra e nella quale questi cittadini possano identificarsi.

Dimenticandoci, una buona volta, di etichette come “liberale” e “liberista” che si rifanno a dottrine del secolo scorso (poco adattabili alla complessa e fluida realtà della nostra società), penso che questa nuova base ideologica vada ricercata nella moderna declinazione della contrapposizione fra potere e libertà e, precisamente, nell’esigenza di garantire la riappropriazione e la difesa delle libertà dell’individuo (che comprendono ma non si esauriscono in quelle economiche, cavallo di battaglia di Fare).

Una teoria politica, quindi, che esprima queste libertà in termini di:

  • tutela dell’autonomia di scelta personale negli ambiti bioetici, culturali e spirituali della vita;
  • garanzia per l’iniziativa economica, per la sana competizione e per la giusta ricerca del benessere di ciascun individuo;
  • affermazione di forme di modernità istituzionale e sociale, che assicurino efficienza e legalità, nel rispetto del patto generazionale e delle prospettive di chi verrà.

La dottrina politica di una classe sociale aperta, che veda l’innovazione e il riformismo basati più sulla creazione e il mantenimento di regole del gioco equilibrate per ogni parte e ogni individuo, piuttosto che in termini di pedagogico indirizzo della società verso forme di giustizia e benessere assunti (discutibilmente) a priori.

 Sono convinto che, in un’epoca di disorientamento e di anti-politica come questa che viviamo, sia necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutti noi: dobbiamo metterci al servizio della società e riuscire a coinvolgere la cittadinanza attraverso un forte e capillare radicamento nel territorio – fondato su una classe di amministratori locali capaci ed affidabili – da cui ripartire per riparare i danni di vent’anni di berlusconismo e per non consegnare il paese ad altri vent’anni di sinistra social-democristiana.

Paolo Marson

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